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Abhinavagupta

Liberazione dell’anima nel Tantra

Il moksha, ovvero la mukti, ha in generale due significati: un significato negativo e uno positivo. Il significato negativo di moksha è l’affrancamento dalle impurità (ajñana e maya). Ciò è suggerito dal significato letterale della parola mukti. La parola mukti, ovvero il moksha, significa letteralmente “rilascio”, “liberazione” e “slegato”. Come sappiamo, l’anima è in schiavitù, la schiavitù dell’ignoranza, cioè di maya, che ostruisce la vera natura dell’anima. Il moksha è il rilascio e la libertà dalla schiavitù dell’ignoranza. L’anima è vincolata dalle limitazioni e il moksha è la libertà dalle limitazioni. Non vuol dire che si diventa liberi da alcune limitazioni per qualche tempo e in alcune condizioni: si diventa liberi da tutte le limitazioni, in ogni tempo e in tutte le condizioni. Il moksha non è la libertà relativa, ma la libertà assoluta.

Dal momento che il moksha è inteso come liberazione da qualcosa, l’ignoranza e l’impurità, ne consegue che il moksha è un raggiungimento negativo. Perdiamo qualcosa nel moksha, ma cosa ci guadagniamo? Otteniamo la nostra vera natura, che è stata finora ostacolata. Quando abbiamo lavato un pezzo di stoffa, la pulizia è certamente un processo negativo, si separa lo sporco dal panno e non si aggiunge nulla alla stoffa. Ma il processo negativo di pulizia conduce al raggiungimento positivo della vera natura del tessuto, che di per sé è pulito. Non aggiungiamo pulizia al panno. Il panno è pulito per sua natura, la sua natura di essere naturalmente pulito era solo ostruita. Quando lo sporco viene rimosso, la pulizia della tela riappare in piena evidenza. O, per usare un’altra analogia, se a un leone viene aperta la gabbia, non è che quando era in stato di detenzione era una capra e solo quando viene liberato diventa un leone. Il leone era già un leone, ma la sua “ferocia” non era così evidente quando era in gabbia. Una volta liberato dalla gabbia, diventa l’animale feroce che già era.

Analogamente, nel moksha diventiamo quello che siamo veramente. La nostra vera natura era stata oscurata e ora che l’ostruzione viene spazzata via, raggiungiamo la nostra vera natura. Quindi il moksha è anche un raggiungimento positivo: il raggiungimento della nostra vera natura. Naturalmente, questo non è il raggiungimento di una cosa nuova, ma il “diventare ciò che si è già [diventati]” (praptasya praptih). Questa affermazione paradossale non è una tautologia; vuol dire che il Sé che si raggiunge nel moksha è già lì, non è una cosa nuova. In questo senso il moksha è “diventare ciò che si è già”. Ma poiché il Sé era stato precedentemente oscurato, solo ora siamo arrivati a capire; in questo senso si può dire che è un nuovo evento. Il Sé, la Coscienza, è sempre stato presente, ma i suoi poteri sono stati opacizzati, proprio come nel caso di un leone in una gabbia. Così è solo quando la Coscienza viene liberata dalla prigionia che la sua potenza si rivela, così come i poteri del leone appaiono solo quando esce dalla gabbia. La cosa che si ottiene è quindi già lì, ma il realizzarla è una cosa nuova o un nuovo evento.

Tutti i sistemi della filosofia Indiana che ammettono il moksha, accettano entrambi i significati, negativo e positivo, del moksha, e cioè (a) il moksha è la libertà dalla schiavitù, e (b) il moksha è il raggiungimento della propria vera natura. Tuttavia, l’Atma-prapti (la realizzazione del Sé) non è una realizzazione fisica come ad esempio raggiungere la ricchezza materiale, anzi è piuttosto fare l’esperienza e attualizzare il Sé; e questa viene chiamata Atmanubhuti (la realizzazione ovvero l’esperienza del Sé). Tutti i sistemi sono quindi d’accordo riguardo al significato del moksha: è il raggiungimento della vera natura dell’anima, cioè del Sé. Ma qual è la vera natura del Sé cioè dell’anima? È qui che iniziano le differenze tra i sistemi filosofici. La concezione di moksha in un particolare sistema dipende dalla concezione della vera natura dell’anima affermata in quel sistema. Troviamo nei sistemi della filosofia Indiana una differenza nella comprensione della vera natura dell’anima, che può essere espressa in senso gerarchico.

Nel  Vaisheshika la natura dell’anima è solo l’esistenza (sat); l’anima esiste ma non ha la conoscenza, nessuna attività, né piacere, né dolore, queste sono qualità accidentali dell’anima. Naturalmente esse scompaiono nello stato di moksha, in quanto non sono parte integrante dell’anima. Nello stato di moksha, come concepito dal Vaisheshika, si viene paragonati ad una pietra, addirittura privi di conoscenza. Il moksha del Vaisheshika è visto dagli altri sistemi come un disvalore, ed è anche messo in ridicolo da alcuni di loro. Un bhakta Vaishnava, ad esempio, dice: “Avrei preferito rinunciare al mok@a, e accettare di essere nato come uno sciacallo nella foresta di Vrindavana (santificata dalla presenza di Krishna), che pregare per la mukti del Vaisheshika”.

Nel Samkhya, però, troviamo un miglioramento rispetto alla posizione del Vaisheshika nei confronti del moksha. Secondo il Samkhya, la natura dell’anima (purusha) è sia sat (essere) sia cit (conoscenza), e quindi lo stato di moksha è uno stato di conoscenza. Ma anche qui, l’anima è priva di gioia (sukha o ananda) e di attività, in quanto queste sono qualità della materia (prakriti). Nel moksha (nel Samkhya chiamato anche kaivalya) l’anima (purusha) rimane il soggetto veggente o conoscitore ma non agisce; è anche privo di felicità, in quanto la felicità appartiene alla prakriti, da cui il purusha è completamente dissociato nel moksha.

Il Vedanta muove un ulteriore passo avanti e dichiara che la vera natura del Sé (anima o purusha) non è solo sat (esistenza) e cit (conoscenza, coscienza, illuminazione), ma anche ananda (gioia e beatitudine). Il Brahman, che è la vera natura del Sé, è sat-cit-ananda. Questa idea è completamente sviluppata nell’Advaita Vedanta. Secondo l’Advaita Vedanta, si diventa sat-cit-ananda, nello stato di mukti. Ma c’è anche, come nel Samkhya l’anima liberata rimane inattiva (nishkriya). Non c’è attività nella vera natura del Sé, l’attività viene relegata alla maya, che è trascesa nel moksha.

Lo Shivaismo del Kashmir (il Tantra), afferma che la natura del Sé non è solo sat-cit-ananda ma anche attività (kriya, vimarsha, spanda, shakti e svatantrya). Questa attività libera e spontanea deriva dalla pienezza del Sé. Dal momento che la libertà e l’attività (svatantrya) sono la vera natura del Sé, la persona liberata vibra di una gioiosa attività.

La schiavitù è uno stato di oblio della nostra vera natura. Questo dimenticarcene non è iniziato in un particolare momento, è presente senza inizio fin dall’esistenza dell’anima individuale, come se l’anima fosse nata cieca. Dal momento che la schiavitù è la dimenticanza della nostra vera natura, il moksha, naturalmente, è lo stato di ricordo della nostra vera natura stessa. Abhinavagupta dice: “L’illuminazione (prakasha), che sorge nello stato di moksha è come il ricordo di un patrimonio dimenticato, e la ricchezza dimenticata è lo stato di unità con il tutto”.

Nello stesso senso si può dire che la gioia (ananda) che si raggiunge nel moksha è la gioia naturale del Sé, che realizziamo facilmente da noi stessi quando ci rendiamo conto di aver alleggerito il peso schiacciante dell’ignoranza. Così. Abhinavagupta afferma ancora: “La gioia del moksha non è come il piacere derivante dall’acquisizione della ricchezza materiale, di donne e vino, la gioia del moksha è la gioia della libertà dall’incombente senso di dualità, simile alla gioia di togliersi di dosso un fardello molto pesante”.

Da quanto sopra esposto sul moksha, vengono dimostrate due cose: (a) il moksha non è un’acquisizione fisica, ma una realizzazione, un ricordo e una ricomprensione del Sé e (b) il moksha non è una nuova acquisizione, quello che dobbiamo raggiungere con il moksha è già lì: è solo una questione di svelarlo e scoprirlo.

Dal momento che il moksha è un processo di ritorno alla nostra natura originaria e non l’acquisizione di cose nuove avventurandoci in nuove imprese, sembrerebbe più che altro un ritirarsi dalla vita. Può sembrare che lo Shivaismo del Kashmir sostenga una filosofia di vita che porta alla passività e alla regressione, minando l’ideale dinamico ed evolutivo della vita. Si potrebbe obiettare che l’ideale di vita non è la gioia, bensì il progresso sociale e scientifico e che l’obiettivo dei nostri sforzi dovrebbe essere il progresso della civiltà. In risposta a questo si fa notare che il progresso economico e scientifico di per sé non può diventare il solo scopo della vita; la vita è, in ultima analisi, destinata a realizzare il benessere e la felicità del genere umano. L’operare per il miglioramento delle condizioni di lavoro e per il progresso non è solo ciò che auspichiamo. Lo scopo della vita alla fine è la felicità: l’ananda. Infine, secondo il Tantra, lo stato di liberazione (moksha) è uno stato pienamente dinamico, in quanto l’attività (kriya) è la natura stessa del Sé realizzato. L’attività così redenta comporta nello stesso tempo la gioia da un lato e il progresso dall’altro. Entrambi si svolgono in modo naturale e spontaneo. Inoltre, il moksha (l’auto-realizzazione), che è uno stato dell’attività spontanea (Kriya o Spanda), diventa il catalizzatore per la promozione di tutte le attività utili per tutti, tra cui quelle finalizzate al progresso sociale e tecnologico. Questo ha la prerogativa di trasformare il lavoro forzato e stressante in attività spontanea (che è attività creativa e gioiosa) migliorando il lavoro sia in qualità che nella quantità. L’attività benefica emana naturalmente grazie al fluire della gioia. Se siamo immersi nella felicità, l’attività non solo verrà esaltata ad una maggiore qualità, ma verrà anche avviata nella direzione corretta in modo che l’attività diventi sia utile che divertente. In questo stato d’animo, le realizzazioni tecnologiche diventano permeate di gioia e bellezza. Ciò che ai nostri giorni manca al contesto scientifico e tecnologico è il senso spirituale, il solo che possa rendere il progresso scientifico buono e bello.

Il valore dell’attività, tuttavia, non è affatto inferiore. È attraverso l’attività lavorativa che la gioia del sé individuale raggiunge la sua pienezza e perfezione. La Bhagavad Gita sostiene questa idea in modo sistematico e dettagliato. Proprio come un seme raggiunge la perfezione attraverso il processo di attualizzazione delle sue potenzialità nella forma di un albero, il Sé realizza la sua perfezione attraverso il processo di attività, che è in realtà un processo di attualizzazione delle sue potenzialità. Ma nel processo della fioritura di un bocciolo in fiore, ciò che è significativo non è solo il processo stesso, ma la bellezza che il fiore esibisce attraverso il processo di fioritura. Allo stesso modo, ciò che è importante nell’operosità e nello sviluppo non è solo il processo di attività in sé, ma la gioia che si esprime attraverso di essa.

 

 

2 Commenti

  1. Monica Cocchi scrive:

    Un articolo chiaro con una esposizione semplice e precisa dei concetti. Risveglia in noi il desiderio di scoprire e conoscere la nostra vera Natura.
    Grazie Purna

  2. Abdullahi Mugdi scrive:

    Veramente quest’articolo e’ “IL SAPERE TRASFORMANTE NELLA SUA FORMA PIU’ COMPLETA,
    (Illuminazioe-Liberazione)”. Grazie Purnananda. Vi auguro ogni bene.

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Intensivo di Yoga domenica 13 marzo 2016

50-Aprile2012Yogaweb organizza un intensivo di yoga nel giorno 13 marzo 2016 al Centro Yoga Verona, via Cerpelloni 22, Quinzano (VR).

L’intensivo sarà tenuto da Kailash, insegnante di yoga

Il programma di domenica sarà:
ci troviamo al Centro Yoga un po’ prima delle 9

dalle 9,00 alle 10,30       Yoga Asana
dalle 10,30 alle 11,00      Teoria: cos è il Pranayama, perché praticare Pranayama?
dalle 11,00 alle 11,45       Pranayama (Vibhaga Pranayama con sequenze Hathenas, Nadi Shodhana)
dalle 11,45 alle 12,15       Kriya

Pausa pranzo. Il cibo sarà vegetariano e offerto da Yogaweb

dalle 14,00 alle 15,00      Yoga Cikitsa (manipolazioni sullo scheletro)
dalle 15,00 alle 16,30      Yoga Asana
dalle 16,30 alle 17,15       Pranayama (Nadi Shodhana, Nadi Shuddhi)
dalle 17,15 alle 18,00      Teoria: cosè il Mantra, perché praticare il Mantra?
dalle 18,00 alle 18,30     Mantra
dalle 18,30 alle 19,00     Meditazione accompagnata dal suono del sitar o dell’esraji (Nada yoga)

Costo della giornata 50 Euro.

Alle 21 concerto di chitarra e sitar con Massimo Montresor alla chitarra e Kailash al sitar, esraji

E’ richiesta la prenotazione. Per informazioni cell.: 349 6581902